Continuando il cammino sul Cuore Misericordioso del Padre. La seconda catechesi: la Creazione - video
IL CUORE MISERICORDIOSO DEL PADRE
I Mistero — Si contempla la potenza del Padre nella creazione dell’universo e dell’uomo
Catechesi 2
Creare come primo atto di misericordia
Fratelli e sorelle, bentornati. La volta scorsa abbiamo ascoltato Dio proclamare il proprio nome sul monte Sinai: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso…». Abbiamo visto che quel nome non nasce a caso, ma dentro una storia — la storia di un popolo che ha peccato, e che Dio, nonostante tutto, ha scelto di continuare ad amare. Da quella storia di alleanza e di perdono comincia oggi un nuovo tratto di cammino, un nuovo “mistero” da contemplare: la potenza del Padre nell’opera della creazione.
Questa sera vorrei che facessimo un passo ancora più indietro rispetto al Sinai. Non torniamo all’Egitto, e nemmeno al deserto: torniamo all’inizio di tutto, prima che esistesse anche solo qualcosa da perdonare. Perché la Scrittura ci insegna una cosa sorprendente: prima ancora di perdonare un peccato, Dio ha già compiuto il più grande gesto di misericordia della storia. Lo ha compiuto nel momento stesso in cui ha creato ogni cosa.
Leggiamo insieme Sapienza 11,21-26 (a seguire, Genesi 1,1.31)
«Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi si opporrà alla potenza del tuo braccio?
Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi,
chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento.
Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta?
Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?
Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita.».
Leggiamo anche Genesi 1,1.31)
«In principio Dio creò il cielo e la terra» Gn 1,1.
«Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» Gn1,31.
Creare: la misericordia prima del perdono
Fermiamoci un istante su questa idea, perché non è affatto scontata. Siamo abituati a pensare alla misericordia soprattutto come perdono: qualcuno sbaglia, e Dio perdona. Ma il libro della Sapienza ci apre uno sguardo più ampio, che precede ogni racconto di peccato e di grazia. Chiediamoci: che diritto aveva l’universo ad esistere, prima di esistere? Che diritto avevamo noi, prima di essere creati, ad essere creati? Nessuno. Non c’era nessuno che potesse reclamare l’esistenza come un atto dovuto, perché prima della creazione non c’era ancora nessuno a cui qualcosa fosse dovuto. E allora, se Dio ci ha fatti esistere senza che gliene dovessimo nulla, senza alcun merito da parte nostra, quell’atto stesso — il fatto che qualcosa esista piuttosto che nulla — è già, in sé, un atto di pura misericordia. Il primo, e in un certo senso il più radicale: viene prima di ogni peccato, prima di ogni storia, prima di ogni alleanza. C’è un filo che lega questa intuizione a quanto abbiamo ascoltato la volta scorsa. Il cuore di quella misericordia biblica, quello che in ebraico si chiama רַחֲמִים, (rachamim) ha la stessa radice di una parola che indica l’utero materno רֶחֶם: (racham) un amore che precede ogni merito, esattamente come il grembo precede la nascita di un figlio. Ecco: se la misericordia di Dio verso Israele peccatore ha questo tratto materno e gratuito, tanto più lo ha la misericordia con cui Dio, ancora prima, ha fatto esistere ogni cosa. Creare è, potremmo dire, il primo grembo: il gesto con cui Dio dà spazio, dà tempo, dà esistenza a chi ancora non era nulla. Significa porre in essere il “luogo” nel quale si rende possibile la relazione tra Creatore e creatura.
Non stupisce, allora, che la tradizione — ebraica e cristiana insieme — non abbia mai guardato all’esistenza del mondo come a un dato neutro, quasi scontato, ma come al primo balbettio su chi sia il Dio che l’ha voluto. Ancora prima di ogni parola pronunciata nella storia, prima del roveto ardente e del Sinai, il solo fatto che qualcosa esista invece di nulla è già un annuncio, una sorta di primo vangelo, una prima “rivelazione” scritta nella trama stessa delle cose.
«Non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato»
Il testo che abbiamo appena letto lo dice con parole bellissime: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata» (Sap 11,24). Non c’è nulla, in tutto ciò che esiste, che Dio abbia fatto controvoglia o senza un fine buono. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, commenta proprio questo versetto e scrive che l’universo non è nato «come risultato di una onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione», ma «come effetto dell’amore» (Laudato si’, n. 77). E aggiunge un pensiero che vale la pena custodire: ogni creatura, anche la più piccola e la più effimera, «è oggetto della tenerezza del Padre», al punto che perfino «l’effimera vita dell’essere più insignificante è oggetto del suo amore». Lo stesso Papa richiama, in questo paragrafo, due voci lontane fra loro nel tempo ma concordi in questa intuizione: san Basilio Magno, che chiamava il Creatore «la bontà senza calcolo», e Dante Alighieri, che nell’ultimo verso della sua Commedia parlava de «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Dio, dunque, non doveva nulla a un mondo che ancora non esisteva. Se lo ha voluto, è stato un puro sovrappiù della sua bontà — un po’ come un genitore non genera (o non dovrebbe generare) un figlio perché ne ha bisogno, ma per il desiderio libero di donare la vita, di far esistere qualcuno che possa, a sua volta, amare ed essere amato.
Il vasaio, l’acqua calda e l’acqua fredda
C’è un’immagine molto bella, tratta dalla tradizione ebraica, che aiuta a comprendere ancora meglio questo mistero. Si racconta — in un’antica parabola rabbinica legata proprio al racconto della creazione — che un re possedesse dei calici di vetro sottilissimo. Se vi avesse versato acqua bollente, si sarebbero spaccati; se avesse versato acqua gelata, si sarebbero ugualmente incrinati. Allora pensò di mescolare l’acqua calda con quella fredda, e i calici riuscirono a resistere.
Così, dice la tradizione, avrebbe fatto Dio nel creare il mondo: «Se creo il mondo con il solo attributo della misericordia», avrebbe detto il Signore, «i suoi peccati saranno troppi; se lo creo con il solo attributo del giudizio, come potrà il mondo sussistere? Ecco, lo creerò con l’uno e con l’altro insieme: possa esso reggere!».
Come un vasaio che mescola acqua calda e fredda perché il vaso non si spacchi, così Dio avrebbe unito misericordia e giudizio, affinché il mondo potesse esistere e sostenersi.
Chiaramente è un’immagine ma ci dice qualcosa di prezioso, e che la stessa tradizione ebraica ripete anche altrove, leggendo il Salmo 89 o anche il salmo 119 «la tua fedeltà è stabile per sempre», ma — giocando sul doppio senso della parola ebraica olam עוֹלָם, che vuol dire al contempo “sempre” e “universo” (lett. “universo mondo”) — anche come «la tua fedeltà è stabile come l’universo». La misericordia di Dio non è quindi debolezza o permissivismo, un lasciar correre, e la sua giustizia non è durezza fine a sé stessa. Sono le due mani con cui lo stesso amore tiene in vita il mondo. Senza quell’amore mescolato con sapienza, dice la parabola, nulla potrebbe reggere: né i calici di vetro, né noi.
Il cielo stellato come preghiera
Vorrei concludere con uno sguardo che tutti possiamo fare, la sera, semplicemente alzando gli occhi. Sappiamo, oggi più che mai grazie alla scienza, quanto sia in apparenza sproporzionato l’universo rispetto a qualunque nostro bisogno: galassie raggruppate in ammassi immensi, luce che viaggia per miliardi di anni prima di raggiungerci. Se Dio avesse voluto solo garantire la sopravvivenza della specie umana, un cosmo molto più piccolo e sobrio sarebbe bastato. Questa sproporzione, questo eccesso, non è una prova in senso stretto — la fede non si dimostra con un calcolo, e sarebbe scorretto pretenderlo — ma è certamente un segno coerente, una traccia: un Dio che agisse solo per calcolo o per praticità non avrebbe motivo di essere così smisuratamente generoso.
C’è una ricerca scientifica recente che sta andando proprio in questa direzione. Due ricercatori italiani, Franco Vazza e Alberto Feletti, hanno messo a confronto — con adeguati strumenti statistici — la grande rete cosmica che collega gli ammassi e i super ammassi di galassie, la cosiddetta “cosmic web”, e la rete dei neuroni del cervello umano: due sistemi che vivono su scale di grandezza radicalmente diverse, miliardi di miliardi di volte l’una rispetto all’altra. Hanno trovato, con loro stessa sorpresa, delle somiglianze statistiche inaspettate nel modo in cui i due sistemi si organizzano e si connettono. In pratica hanno potuto constatare che le leggi fisiche che regolano le interazioni gravitazionali degli ammassi galattici hanno delle analogie matematiche con le leggi fisiche che regolano le interazioni sinaptiche tra i neuroni del cervello umano. Gli stessi autori sono i primi a dire che non si tratta della scoperta di leggi fisiche comuni, ma di un’analogia strutturale ancora da comprendere fino in fondo, e una teologia onesta deve trattarla con lo stesso rispetto. Ma per chi guarda con occhi di fede, anche solo questa constatazione può diventare motivo di stupore: come se lo stesso Creatore avesse lasciato una specie di firma di famiglia su scale di grandezza incommensurabilmente diverse, dalle galassie fino alla rete sottile di quelle cellule neuronali che, proprio in questo momento, si fanno strumento per riflettere su di Lui.
L’immensità del cielo stellato, allora, può diventare preghiera: quella vastità racconta, a modo suo, la sovrabbondanza del cuore di Chi l’ha voluta. E non è un caso che san Paolo, parlando del Padre, scriva che da Lui «ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,14-15): lo stesso Cuore che tiene insieme le galassie è quello che si china su ciascuno di noi come un padre sul proprio figlio. È la medesima tenerezza che il salmista canta guardando non solo le stelle ma ogni creatura, grande o piccola: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9). Nessuna cosa creata, per quanto piccola o lontana, resta fuori da questo sguardo.
Per concludere
Fratelli e sorelle, portiamo a casa questa sera un pensiero semplice, ma capace di cambiare il modo in cui guardiamo il mondo e noi stessi. Noi siamo amati da Dio fin da prima di esistere, e il fatto stesso che esistiamo — che io ci sia, che tu ci sia, che questo mondo ci sia — è già la prima, silenziosa prova del Cuore Misericordioso del Padre. Se questo vale per l’immensità delle galassie e per la rete sottile dei nostri stessi neuroni, vale a maggior ragione per ciascuno di noi, qui, questa sera: nessuno di noi è un dettaglio trascurabile dentro un disegno troppo grande per essere personale. Siamo pensati, voluti, sostenuti uno per uno. La prossima volta che alzeremo gli occhi al cielo stellato, o che guarderemo semplicemente le nostre mani, ricordiamoci che quel gesto creatore non è un fatto concluso una volta per sempre: continua, in ogni istante, a sostenerci nell’essere. Un dono da accogliere con gratitudine e di cui siamo chiamati a rispondere con il nostro amore e la nostra vita.
«Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno… intrattenetevi col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete». Pavel Aleksandrovič Florenskij


