Al via il cammino sul Cuore Misericordioso del Padre: la prima catechesi di formazione

Domenica 6 settembre si è svolto, nella Cappella della Basilica San Giuseppe in via Bovio 52, l'incontro mensile del Gruppo Cuore Misericordioso di Dio Padre. Una giornata di preghiera intensa e partecipata, che ha visto susseguirsi il Santo Rosario al Padre, la Santa Messa, un momento di catechesi e l'Adorazione Eucaristica comunitaria.

Il pomeriggio si è aperto alle 16:30 con il Santo Rosario al Padre e le Litanie, seguito alle 17:00 dalla Santa Messa. Alle 18:00 ha preso il via una novità attesa da tempo: l'inizio di un percorso di catechesi dedicato agli attributi del Cuore Misericordioso di Dio Padre, che accompagnerà il gruppo nei prossimi incontri. A guidare questa prima tappa è stato il Prof. Alessandro Mellozzini, che ha proposto una riflessione introduttiva sul Cuore Misericordioso del Padre.

L'incontro si è concluso con l'Adorazione Eucaristica e la preghiera comunitaria per gli ammalati nel corpo e nello spirito, durante la quale don Alberto e don Federico hanno imposto l'olio benedetto sui presenti, seguita dalla benedizione dei sacramentali (acqua, olio, sale, ceri e indumenti) portati dai fedeli.

«Immergiamo nel Cuore Misericordioso di Dio Padre ogni nostra preoccupazione, intenzione, famiglia e necessità»: con questo spirito il gruppo si è ritrovato per pregare insieme e mettersi in ascolto della Parola.

Il testo della prima catechesi

Come promesso a chi era presente e a chi non ha potuto partecipare, pubblichiamo di seguito il testo integrale della prima catechesi del percorso, dal titolo «Il Nome è un volto che si dona», a cura del Prof. Alessandro Mellozzini.


Catechesi 1 — Il Nome è un volto che si dona

Buonasera a tutti, e benvenuti a questo primo incontro di un cammino che ci accompagnerà per diverse tappe. Prima di cominciare vorrei dirvi con che spirito vi propongo questo percorso: non tanto per imparare qualcosa di nuovo su Dio, quanto per lasciarci raggiungere, ancora una volta, dal Suo volto. Un Volto che si fa conoscere.

Partiamo dunque insieme da dove parte tutto: un monte, una nube, e un uomo — Mosè — che sta per ricevere il dono più grande che potesse chiedere.

Leggiamo insieme Esodo 34,4-7

«Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.

Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore.

Il Signore passò davanti a lui, proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che punisce la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione"».

Un Dio che scende, non un'idea da scoprire

Vorrei notare subito una cosa, prima di tutto il resto: chi si muove, in questa scena, non è Mosè. È Dio. È il Signore che scende sul monte, è Lui che si ferma, è Lui che passa davanti all'uomo e prende l'iniziativa di proclamare il proprio nome. Mosè non ha scoperto Dio con la propria intelligenza, non ha dedotto chi fosse studiando la natura o riflettendo in solitudine: Dio si è fatto conoscere, si è offerto, si è raccontato con le proprie parole. È esattamente la differenza che passa tra sapere qualcosa su una persona e conoscere quella persona perché lei stessa, liberamente, si è fatta incontrare da noi. Un'idea su Dio la possiamo costruire da soli, magari anche con molta finezza; ma un volto ci deve essere donato. E qui, sul Sinai, è proprio questo che accade.

Per capire quanto sia grande questo dono, però, dobbiamo fare un passo indietro e guardare da dove nasce questo momento. Perché la pagina che abbiamo appena letto non cade dal cielo: è la conclusione di una delle crisi più drammatiche di tutto l'Esodo.

Il contesto: dal vitello d'oro alla domanda di Mosè

Il popolo era appena uscito dalla schiavitù d'Egitto, aveva appena stretto alleanza con Dio ai piedi di quello stesso monte — e in un momento di paura e di impazienza si era già costruito un vitello d'oro (Es 32), tradendo nel modo più clamoroso la parola appena data. È il tradimento del cuore, non solo di un precetto. Mosè scende dal monte, spezza le tavole della legge — un gesto che dice tutto, il patto è infranto — e poi fa una cosa sorprendente: invece di abbandonare questa gente ingrata, intercede. Si mette in mezzo tra Dio e il suo popolo, arriva perfino a dire: «Perdona il loro peccato; se no, cancellami dal tuo libro» (Es 32,32). Offre se stesso, si mette in gioco in prima persona.

Ottenuto il perdono, Mosè non si accontenta e chiede ancora di più: chiede di vedere la gloria di Dio, di conoscere le sue vie (Es 33,13.18). Dopo un tradimento così grande, non basta più sapere che Dio esiste e che, in qualche modo, perdona: Mosè vuole sapere chi è veramente questo Dio a cui il popolo si è di nuovo affidato. È una domanda che conosciamo bene anche noi, in fondo, in tutte le nostre crisi di fiducia, grandi o piccole: dopo essere caduti, dopo aver deluso o essere stati delusi, la domanda vera non è più "mi perdoni?", ma "chi sei, tu che mi perdoni ancora?".

«Vedrai le mie spalle»: un incontro velato, non negato

La risposta di Dio a questa domanda è insieme un dono immenso e un limite chiaro. Dio dice a Mosè: farò passare davanti a te tutta la mia bontà, ma il mio volto non lo potrai vedere, perché nessun uomo può vedermi e vivere (cfr. Es 33,19-23). Mosè viene messo in una cavità della roccia, Dio lo copre con la propria mano al suo passaggio, e solo dopo, quando è già passato, gli permette di vedere — dice il testo — «le mie spalle».

Non è una porta chiusa. È una porta socchiusa nel modo giusto per un essere umano. C'è un'immagine molto bella, che qualche autore ha proposto leggendo proprio questa espressione: quelle "spalle" sono come "il mio dopo" — ciò che resta visibile del passaggio di Dio una volta che è avvenuto. Non possiamo fissare Dio in faccia mentre agisce, come se potessimo possederlo con lo sguardo; possiamo però riconoscerlo dopo, ripercorrendo le tracce del suo passaggio nella nostra vita. È un'immagine che vale anche per noi: quante volte, guardando indietro a un momento difficile, riconosciamo solo dopo che Dio c'era, che ci ha portati, che non ci ha lasciati soli — mentre nel momento stesso non riuscivamo a vederlo? Conoscere Dio, allora, non significa avere tutte le risposte subito e in anticipo. Significa tenere il Suo passo: non correre troppo avanti pretendendo di aver capito tutto, e non restare troppo indietro nell'indifferenza, ma camminare, fidandoci, dietro a Chi ci precede.

E c'è un'altra cosa importante da cogliere in questo "non potrai vedermi": non è un rifiuto, è una libertà. È Dio stesso che dice: «Farò grazia a chi farò grazia» (Es 33,19). Nessuno può strappare a Dio la propria rivelazione, come si strappa un segreto. Quello che riceviamo — anche il nome che tra poco Dio pronuncerà — è un dono libero, non un bottino conquistato. Ed è proprio per questo che vale così tanto.

Il Nome che Dio pronuncia su di sé

Arriviamo così al cuore della nostra pagina. Il capitolo 34 porta a compimento quello che il capitolo 33 aveva promesso: «Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira, ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). Fermiamoci un momento su questo dettaglio, che a una prima lettura potrebbe sfuggire: il nome del Signore viene pronunciato due volte — «Il Signore, il Signore» — e a pronunciarlo è Dio stesso, in prima persona. Non è una ridondanza. È un'autopresentazione. È Dio che si costituisce soggetto di tutto ciò che segue. Come quando qualcuno che amiamo, ci dice semplicemente, guardandoci negli occhi: sono io, ecco chi sono.

E che cosa dice di sé, in queste poche parole dense? Non parla anzitutto della sua potenza, non parla della sua grandezza cosmica, non apre con un attributo di giustizia. Il primo tratto che Dio sceglie di rivelare di se stesso è la misericordia. «Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato» — e solo alla fine, come una clausola necessaria ma non prevalente, viene la giustizia. È significativo: la grande maggioranza di questa autopresentazione appartiene al registro della grazia, e solo l'ultima parte, in subordine, a quello della giustizia. Se dovessimo immaginare un ritratto, useremmo qui più colori caldi che colori severi. Non perché Dio sia indifferente al male — la formula stessa lo nega — ma perché il primo movimento del suo cuore, quello che definisce chi Egli è più di ogni altra cosa, è la misericordia. Per questo la tradizione ha potuto chiamare questa pagina la confessione di fede più bella e più completa di tutto l'Antico Testamento: non racconta soltanto ciò che Dio ha fatto nella storia, come altre professioni di fede bibliche, ma dice chi Dio è, nel suo carattere più intimo.

Una formula fatta per essere ripetuta

C'è un ultimo aspetto che vorrei condividere con voi, forse il più commovente. Questa proclamazione non resta chiusa nel capitolo 34 dell'Esodo: torna, ripresa, variata, abbreviata o sviluppata, decine di volte in tutta la Scrittura — nei Salmi, nei Profeti, nella preghiera di intercessione di Mosè stesso più avanti nel deserto. Il salmista la canta: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore» (Sal 103,8; cfr. anche 86,15; 145,8). Perfino il profeta Giona, controvoglia, arrabbiato con Dio proprio perché troppo misericordioso verso Ninive, è costretto a citarla: «Io lo sapevo che tu sei un Dio misericordioso e pietoso» (Gio 4,2). È come se la Bibbia intera non si stancasse mai di tornare su queste stesse parole, di rimetterle in bocca a personaggi diversi, in situazioni diverse, quasi a dirci: ecco, se hai dimenticato chi è Dio, rileggi qui. Se hai bisogno di pregarlo, prega con queste parole, che sono le sue prima che siano le nostre.

Ed è proprio questo il cammino che vogliamo fare insieme nei prossimi incontri: lasciare che questo unico Volto, proclamato una volta sul Sinai e poi ripetuto per tutta la Scrittura, ci si mostri poco a poco nei suoi molteplici tratti — la sua tenerezza, la sua pazienza, la sua fedeltà che non si stanca — fino a riconoscerlo pienamente, con tutta la Chiesa, nel Cuore Misericordioso del Padre: quel Padre che un giorno, in Gesù, ci mostrerà finalmente un volto umano da poter guardare senza velo, e un cuore trafitto in cui leggere, senza più bisogno di parole, lo stesso identico nome che oggi abbiamo ascoltato sul monte.

Per concludere

Vorrei lasciarvi con un solo pensiero da portare a casa questa sera. Il Dio della nostra fede non è anzitutto un giudice che ci osserva da lontano, in attesa dell'errore. È un Padre che, fin dal primo incontro con il suo popolo — un popolo che lo aveva appena tradito — ha scelto di presentarsi dicendo prima di tutto: sono misericordioso. Se questa sera portiamo a casa soltanto questo, il nostro tempo insieme non sarà stato sprecato: la prossima volta che cadremo, la prossima volta che ci sentiremo indegni di bussare, ricordiamoci che non stiamo bussando alla porta di un estraneo severo, ma al cuore di Chi si è già presentato, per primo, come misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore.


Immergiamo nel Cuore Misericordioso di Dio Padre ogni nostra preoccupazione, intenzione, famiglia e necessità. Vi aspettiamo al prossimo incontro! 🙏

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