L'uomo, cuore della creazione e figlio prediletto

Nell'incontro precedente abbiamo contemplato la creazione come il primo, radicale gesto di misericordia di Dio: prima ancora di perdonare un peccato, il Padre ha già fatto esistere ciò che, da sé, non aveva alcun diritto di esistere: il luogo che rende possibile la relazione tra Dio stesso e la sua creatura prediletta, ovvero noi. Abbiamo alzato lo sguardo al cielo stellato, a quell'immensità di galassie e di luce che nessun bisogno umano avrebbe reso necessaria, e vi abbiamo riconosciuto la sovrabbondanza gratuita del suo amore.

Questa sera vorrei che restringessimo lo sguardo, per così dire, da quell'immensità fino a un solo punto: un punto piccolissimo, sperduto in mezzo a miliardi di galassie, e tuttavia — ci dice la Scrittura — il più amato di tutti. Quel punto siamo noi.

Leggiamo insieme Genesi 1,26-27 e Salmo 8,4-6

«Dio disse: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”... Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,26-27).
«Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell'uomo, perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8,4-6).

[breve pausa di silenzio]

Un'immagine chiamata a rispondere

Notiamo subito un dettaglio che potrebbe sfuggire a una prima lettura: Dio non dice “farò”, ma “facciamo”. È un plurale che i Padri della Chiesa hanno sempre letto come un primo, velato accenno a quella pienezza di relazione che è la vita stessa di Dio — un mistero che contempleremo con altri occhi più avanti nel nostro cammino, quando arriveremo a parlare della Santissima Trinità. Per ora ci basti notare questo: l'uomo non nasce da un decreto solitario, ma da qualcosa che assomiglia, già in Dio, ad un consiglio collegiale d'amore.

E che cosa significa essere fatti “a immagine”? Nel mondo antico, i grandi re facevano collocare la propria statua nei territori più lontani del regno, per dire a chi vi abitava: qui governa lui, anche se non lo vedete, la sua immagine basta a renderlo presente. La Scrittura riprende questa idea e la rovescia in modo sorprendente: non un solo re, ma ogni essere umano — uomo e donna, senza eccezione — è costituito immagine del Re dei re, chiamato a rendere presente nel creato non un potere che schiaccia, ma la stessa cura premurosa del suo Creatore. Essere immagine di Dio, allora, non è anzitutto un titolo di superiorità sulle altre creature, ma una vocazione: rispondere al dono ricevuto, custodirlo, farlo fruttificare con lo stesso amore con cui è stato donato.

C'è una sfumatura in più, che un antico Padre della Chiesa, sant'Ireneo di Lione, ha colto con finezza proprio in questo versetto. La Scrittura parla di immagine e di somiglianza insieme, e per Ireneo non sono la stessa cosa. L'immagine è la struttura stessa con cui siamo plasmati: nessun peccato, per quanto grave, può cancellarla, perché resta scolpita in ogni essere umano come un marchio indelebile. La somiglianza, invece, è come un abito di famiglia che possiamo indossare pienamente, oppure solo in parte, o addirittura lasciar sbiadire nel fondo dell’armadio: ma è la pienezza a cui siamo chiamati, quella comunione viva con Dio che il peccato può offuscare, ma che la grazia — la stessa grazia di cui abbiamo già ascoltato il nome sul Sinai — può sempre restituire. Anche in questo, dunque, la misericordia del Padre è già scritta nel modo stesso in cui siamo stati creati.

«Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi?»

Ed eccoci al cuore commosso del Salmo 8. Il salmista alza gli occhi allo stesso cielo che abbiamo contemplato la volta scorsa — “i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato” — e invece di sentirsi schiacciato da tanta grandezza, si stupisce di un'altra cosa, ancora più grande: che in mezzo a tutto questo, Dio si ricordi proprio di lui. “Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?”. Non è una domanda retorica buttata lì: è lo stupore di chi si scopre, contro ogni logica di proporzione, al centro di uno sguardo d'amore.

Ed è precisamente questa sproporzione — lo abbiamo intuito già la volta scorsa parlando dell'immensità del cosmo — che rivela per contrasto la dignità dell'uomo, invece di sminuirla: proprio la creatura più piccola di ogni galassia è resa destinataria privilegiata, e unica interlocutrice consapevole, di un Cuore così smisurato. Nessun'altra creatura, per quanto grande o bella, può fare ciò che può fare l'uomo davanti a questo dono: riconoscerlo come dono, e rispondere con un “grazie”. Le stelle non possono ringraziare chi le ha accese; solo noi possiamo farlo. Ecco perché il salmista può scrivere, senza contraddizione, sia “che cosa è l'uomo” sia “di gloria e di onore lo hai coronato”: siamo, insieme, la più piccola delle creature e la più onorata, perché la grandezza che Dio ci dona non si misura sulla nostra statura nell'universo, ma sulla libertà con cui possiamo amarlo di rimando.

È lo stesso amore gratuito di cui abbiamo già parlato, a proposito della creazione intera — ma qui prende un volto, il nostro. Come un padre che, in mezzo a tanti doni fatti al mondo, si china su ciascuno dei suoi figli chiamandolo per nome, così il Padre non ci ama come una massa indistinta dentro un disegno troppo vasto per essere personale: ci pensa, ci vuole, ci chiama, uno per uno, come un figlio prediletto — non perché migliore di altri, ma semplicemente perché amato personalmente, con quella stessa imparzialità che solo un padre sa avere per ciascuno dei propri figli, tutti “prediletti” insieme e ciascuno secondo la propria originalità.

Il grido della creazione ferita

Un dono così grande porta con sé una responsabilità altrettanto grande: quella di non tradirne il senso. E qui la storia, purtroppo, la conosciamo bene: l'uomo ha ripetutamente ceduto alla tentazione di sostituirsi al donatore, trattando il creato non come un'eredità da custodire, ma come una proprietà da consumare per sé. È la stessa logica, su scala cosmica, del figlio della parabola che già conosciamo — e che riascolteremo più avanti nel nostro cammino — quello che reclama la propria parte di eredità per dilapidarla lontano dalla casa del Padre.

San Paolo, con un'immagine che colpisce profondamente, estende questa attesa dolorosa a tutto il creato, e non al solo uomo: “la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio... geme e soffre fino ad oggi, come nelle doglie del parto” (Rm 8,19.22). È un'immagine bellissima e severa insieme: non il dolore di un lutto senza speranza, ma le doglie di un parto — di qualcosa che sta per nascere. Il gemito del cosmo ferito dal nostro peccato d’origine, allora, non è l'ultima parola sul creato che soffre per l’uso improprio che l'uomo ne ha fatto: è piuttosto un'invocazione che il Cuore del Padre continua ad ascoltare. E noi, dentro questo gemito, non siamo osservatori esterni né padroni assoluti, ma parte di quella che potremmo chiamare una comunità di creazione: chiamati non a dominare il mondo come dei despoti, ma a custodirlo come fratelli maggiori responsabili, dentro la stessa speranza che condividiamo con ogni creatura.

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose»

Ed è proprio a questa speranza che la Scrittura, chiudendo il cerchio aperto in Genesi, dà infine un nome e un volto: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Vorrei che cogliessimo bene il senso di questa promessa, perché è facile fraintenderla: non si tratta di gettare via il vecchio per sostituirlo con qualcosa di totalmente diverso, come si getta uno strumento rotto per comprarne un altro. Il verbo scelto dalla Scrittura dice piuttosto una trasformazione: non la sostituzione di ciò che esiste, ma il suo compimento pieno, liberato per sempre da tutto ciò che il peccato e la morte avevano potuto intaccare.

È lo stesso Cuore che nel principio ha voluto l'universo per amore gratuito, e che nell'uomo ha voluto un interlocutore capace di rispondergli con libertà, responsabilità e gratitudine, a promettere che alla fine non lascerà perduto nulla di quanto ha creato per l’uomo. Nulla — nemmeno la più piccola tra le sue creature andrà semplicemente persa: tutto sarà raccolto, portato a compimento, ricapitolato, come un padre che raduna a sera tutti i suoi figli sparsi durante il giorno, ma sta alla libertà di ciascuno di noi rispondere adeguatamente a questo Suo appello, alla nostra scelta responsabile portare a compimento la somiglianza a cui siamo stati chiamati.

Per concludere

Fratelli e sorelle, portiamo a casa questa sera un pensiero che tiene insieme tutto ciò che abbiamo ascoltato. In mezzo a un universo sconfinato — miliardi di galassie, miliardi di anni di luce — tu non sei un dettaglio trascurabile dentro un disegno troppo grande per essere personale. Sei pensato, voluto, chiamato per nome: un figlio prediletto agli occhi del Padre, fatto per rispondergli con un “grazie” che nessun'altra creatura può pronunciare al posto tuo. E anche quando ti senti piccolo, fragile, o ferito dal male che è nel mondo — il tuo o quello che hai subito — ricordati che lo stesso Cuore che ti ha voluto all'inizio non si stanca di cercarti lungo il cammino per custodirti, e promette, per te e per tutto il creato, che nulla di quanto corrisponde al Suo Amore andrà davvero perduto.

\ Get the latest news /

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *